Chi sono gli haters e cosa rischiano per legge

haters

Gli  haters  sono  coloro  che  diffondono  odio  sul  web  e  sui  social commentando  e  contestando  con  modalità  aggressive,  violente  e offensive.  Il  neologismo  "haters"  è  utilizzato  in  Internet  per  identificare quei  soggetti  che,  sul  web  o  attraverso  i  social,  manifestano  atteggiamenti di  odio,  disprezzo  e  critiche  che  sovente  sconfinano  in  vere  e  proprie offese  (ad  esempio  di  genere  o  di  classe)  e/o  minacce  rivolte  ad  altri  utenti o  nei  confronti  di  personaggi  più  o  meno  noti. In  particolare,  la  legge  trova  applicazione  nei  confronti  delle  condotte  poste  in  essere tramite  internet  e  sovente  la  giurisprudenza  è  intervenuta  a  confermare  che  l'offesa  e  la denigrazione  attuate  sui  social  network  o  sul  web  hanno  conseguenze  anche  penali.  E  non sarà  possibile  invocare  a  propria  difesa  la  libertà  di  espressione  poiché  la  legge  non  prevede sconti  nei  confronti  chi  diffonde  l'odio. Sono  diversi  i  reati  di  cui  comunemente  può  macchiarsi  un  hater:  si  va  dalla  diffamazione aggravata  alle  minacce  o  molestie,  fino  addirittura  all'incitamento  allodio  razziale  allo stalking. Esprimere  un  pensiero  o  un'opinione,  ad  esempio,  può  costare  una  condanna  per diffamazione,  se  ciò  avviene  con  modalità  lesive  dell'altrui  dignità,  ignorando  buon  senso  e correttezza. Infatti,  nonostante  la  libertà  di  espressione  del  pensiero  sia  costituzionalmente  tutelata (ex  art.  21  Cost.),  ciò  non  significa  che  questa  non  abbia  dei  limiti  e  che  possa  operare sempre  e  comunque  come  scriminante.  La  critica,  anche  particolarmente  aspra  e  forte, dovrà  essere  pertinente  al  fatto  (dunque  non  generalista)  e  soprattutto  continente. In  particolare,  secondo  la  giurisprudenza,  il  limite  della  continenza  nel  diritto  di  critica  è superato  in  presenza  di  espressioni  che,  in  quanto  gravemente  infamanti  e  inutilmente umilianti,  trasmodino  in  una  mera  aggressione  verbale  del  soggetto  criticato.  In  sostanza, non  si  potrà  in  alcun  modo  scriminare  l'uso  di  espressioni  che  si  risolvano  nella  denigrazione della  persona  di  quest'ultimo  in  quanto  tale  (cfr.  ex  multis,  Cass.  n.  11409/2015). Uno  degli  atteggiamenti  più  diffusi  da  parte  degli  "haters"  è  proprio  quello  di  rivolgersi agli  altri  utenti  utilizzando  frasi  volutamente  offensive  e  spesso  addirittura  diffamatorie.
Parole  usate  talvolta  con  una  eccessiva  leggerezza,  che  sono  idonee  a  far  scattare  la responsabilità  penale  degli  autori  e  il  conseguente  obbligo  di  risarcire  il  danno  prodotto. L'art.  595  del  codice  penale  punisce  con  la  reclusione  fino  a  un  anno  o  con  la  multa  fino a  1032  euro,  chiunque  "comunicando  con  più  persone,  offende  l'altrui  reputazione".  Se l'offesa  consiste  nell'attribuzione  di  un  fatto  determinato,  la  pena  è  quella  della  reclusione fino  a  due  anni,  ovvero  della  multa  fino  a  2065  euro. In  particolare,  un  linguaggio  dispregiativo  che  si  traduca  in  offese  su  internet  alla reputazione  altrui  possono  costare  un'incriminazione  per  diffamazione  aggravata.  Il  codice penale  precisa  che  "se  l'offesa  è  recata  col  mezzo  della  stampa  o  con  qualsiasi  altro  mezzo di  pubblicità,  ovvero  in  atto  pubblico,  la  pena  è  della  reclusione  da  sei  mesi  a  tre  anni  o  della multa  non  inferiore  a  516  euro". La  giurisprudenza,  compresa  quella  di  legittimità  ha  confermato  il  pugno  duro  contro coloro  che  utilizzano  internet,  e  i  social  network  in  particolare,  come  una  valvola  di  sfogo per  scaricare  rabbia,  frustrazioni  o  sete  di  vendetta  nei  confronti  di  personaggi  pubblici,  ma anche  conoscenti,  colleghi  o  capi. Ad  esempio,  si  è  giunti  alla  conclusione  che  anche  la  diffusione  di  un  messaggio diffamatorio  attraverso  l'uso  di  una  bacheca  Facebook  integra  un'ipotesi  di  diffamazione aggravata,  poiché  ha  potenzialmente  la  capacità  di  raggiungere  un  numero  indeterminato di  persone. Ciò  in  quanto,  per  comune  esperienza,  bacheche  di  tal  natura  racchiudono  un  numero apprezzabile  di  persone  e,  inoltre,  perché  l'utilizzo  di  Facebook  integra  una  delle  modalità attraverso  le  quali  gruppi  di  soggetti  socializzano  le  rispettive  esperienze  di  vita, valorizzando  in  primo  luogo  il  rapporto  interpersonale,  che,  proprio  per  il  mezzo  utilizzato, assume  il  profilo  del  rapporto  interpersonale  allargato  ad  un  gruppo  indeterminato  di aderenti  al  fine  di  una  costante  socializzazione  (cfr.  Cass.,  n.  8328/2016) Secondo  parte  della  giurisprudenza,  il  reato  può  scattare  anche  nei  confronti  di  chi semplicemente  aggiunge  al  post  originale  un  successivo  commento,  avente  la  medesima portata  offensiva,  in  quanto  elementi  diffamatori  aggiunti  possono  comportare  una  maggior diminuzione  della  reputazione  della  nella  considerazione  dei  consociati  (cfr.  Trib. Campobasso,  sent.  n.  396/2017). Sarà  utile  per  il  denunciante  che  vuole  dimostrare  l'avvenuta  consumazione  del  reato, munirsi  di  uno  screenshot  dello  schermo,  o  anche  di  un  video,  nonché  di  testimonianze  di coloro  che  hanno  potuto  leggere  il  contenuto  del  messaggio  diffamatorio. Nonostante  il  colpevole  possa  confidare  in  un'assoluzione  per  "particolare  tenuità  del fatto",  qualora  il  giudice  ritenga  non  gravi  le  conseguenze  del  suo  comportamento,  rimane comunque  la  possibilità  per  la  vittima,  lesa  nel  proprio  onore  e  nella  propria  reputazione,  di chiedere  il  risarcimento  del  danno  in  via  civile. Gli  Haters  rischiano  anche  di  incorrere  in  altri  reati,  ad  esempio  quello  di  minaccia  qualora dovesse  prospettare  ad  altri  la  conseguenza  di  una  propria  credibile  azione  pericolosa  (es. "Ti  farò  fare  una  brutta  figura",  "Ti  vengo  a  prendere",  "Ti  uccido"  ecc.). Il  codice  penale  punisce,  a  querela  della  persona  offesa,  chiunque  minacci  ad  altri  un danno  ingiusto.  La  pena  è  quella  della  multa  fino  a  euro  1.032.  Qualora  la  minaccia  sia  grave o  aggravata  ex  art.  339  c.p.,  la  pena  è  della  reclusione  fino  a  un  anno. Anche  il  reato  di  molestie  può  essere  realizzato  tramite  internet  e  i  social  network.  Questi ultimi,  si  rammenta,  sono  considerati  ormai  dalla  giurisprudenza  come  luoghi  aperti  al pubblico  a  tutti  gli  effetti.  In  particolare,  per  la  Cassazione  (cfr.  sent.  n.  37596/2014)  tale nozione  andrebbe  interpretata  in  modo  estensivo:  il  social  network,  infatti,  consente  un numero  indeterminato  di  accessi  e  visioni,  rese  possibili  da  un'evoluzione  scientifica  che  il legislatore  non  era  arrivato  ad  immaginare. 
(dal Siulp flash 37/2019)

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