ITALDENT

ItalDent - convenzione per gli iscritti Siulp
Il programma interforze nasce per iniziativa del Dott. Vincenzo Augello, docente di implantologia dell'Università di Roma Tor Vergata.
Il Dott. Augello ha sempre avuto una particolare empatia per le forze dell'ordine e armate per tradizione essendo figlio di un Questore e nipote di un Generale dei Carabinieri.
Con questi presupposti nasce il programma interforze destinsto a fornire agli appartenenti sia delle forze dell'ordine che delle forze armate il miglior servizio possibile in odontoiatria con condizioni realmente vantagiosissime.

Obbligatorio dare le generalità anche se si è estranei al fatto

Obbligatorio dare le generalità anche se si è estranei al fatto

Non è necessario per integrare il reato contravvenzionale di rifiuto d'indicazioni sulla propria identità personale essere coinvolti nel fatto.
Il principio è stato enunciato dalla Cassazione con la sentenza n. 13731/2020 la quale ha chiarito che per integrare il reato contravvenzionale di cui all'art. 651 c.p, che punisce chi si rifiuta di dare indicazioni sulla propria identità su richiesta del pubblico ufficiale nell'esercizio delle sue funzioni, non è necessario essere coinvolti nei fatti che hanno richiesto l'intervento delle forze dell'ordine. Deve quindi essere punita la donna che, dopo l'intervento dei vigili per una segnalazione di disturbo della quiete pubblica, crea confusione mettendosi a inveire contro i presenti e assumendo un atteggiamento di sfida nel momento in cui gli agenti chiedono le sue generalità.
Il Tribunale aveva assolto l'imputata dall'illecito penale di cui all'art 651 c.p. perché il fatto non costituisce reato. Alla donna era stato contestato di essersi opposta a fornire indicazioni sulla propria identità agli agenti di polizia locale, mentre costoro erano impegnati nell'esercizio delle loro funzioni, dopo essere stati chiamati per episodi di disturbo della quiete pubblica.
Nel corso di detti accertamenti l'imputata, estranea ai fatti, iniziava a inveire contro i presenti, da qui la richiesta da parte degli agenti di fornire le proprie generalità, a cui la donna si opponeva, allontanandosi per poi riprendere la sua attività di disturbo. Da qui la nuova richiesta di fornire i propri dati, a cui la donna si opponeva con atteggiamento di sfida.
Dall'analisi di quanto accaduto il Tribunale giungeva all'assoluzione perché ha rilevato l'insussistenza della necessità di tutelare l'ordine pubblico. L'imputata non era infatti direttamente interessata dai fatti che avevano reso necessario l'intervento degli agenti. Il fatto che la donna poi abbia iniziato a inveire contro i presunti è sintomatico della mancanza di consapevolezza d'intralciare il lavoro dei pubblici ufficiali.

Ricorreva in Cassazione il Procuratore Generale presso la Corte d'Appello ritenendo erratal'affermazione secondo cui nel caso di specie non era necessario tutelare l'ordine pubblico.
Secondo il Procuratore Generale, l'imputata con le sue invettive ha infatti contribuito a creareancora più confusione rispetto a quella che ha reso necessario l'intervento degli agenti, tanto che gli stessi sono stati costretti a un certo punto a chiederle le generalità, a cui la donna si è opposta con atteggiamento di sfida. Atteggiamento omissivo colposo sufficiente di per sé a integrare il reato di cui all'art 651 c.p..
La Cassazione con sentenza n. 13731/2020 ha ritenuto fondato il ricorso del Procuratore, annullando il provvedimento impugnato e rinvia al Tribunale per un nuovo giudizio.

La ratio della norma, spiega la Cassazione, è di consentire ai pubblici ufficiali d'identificare i soggetti coinvolti in situazioni che rivestono interesse generale per tutelare la quiete pubblica ed evitare intralci alla loro attività. Per integrare il reato è poi necessario che l'ufficiale stia esercitando le due funzioni, non rilevando che il soggetto a cui vengono chieste le generalità sia responsabile di un illecito penale o amministrativo, senza possibilità per il giudice di sindacare l'iniziativa del pubblico ufficiale relativamente alla causa che induce a richiedere dati relativi alla identità personale. Principi a cui non si è attenuto il Tribunale avendo escluso la sussistenza di esigenze di ordine pubblico, la necessità dell'imputata di fornire le proprie generalità, la legittimità della richiesta rivoltagli.

I genitori devono controllare i figli su whatsapp

I genitori devono controllare i figli su whatsapp

Il principio è stato enunciato dal Tribunale di Caltanissetta, secondo il quale spetta ai genitori vigilare ed educare i propri figli a utilizzare correttamente WhatsApp e in genere i mezzi tecnologici affinché non siano dannosi per loro o terzi. La Sentenza è dell'8 ottobre 2019. Nel provvedimento il Giudice evidenzia la pericolosità dei mezzi tecnologici, la difficoltà di conciliare la libertà di manifestare liberamente il proprio pensiero con la tutela della dignità e dell'onore del minore e l'importanza del ruolo educativo e di vigilanza dei genitori nell'insegnare ai propri figli l'utilizzo di questi strumenti affinché non risultino dannosi per loro o per soggetti terzi.
La questione di fatto ha riguardato un minore, responsabile in concorso con altri minori, di aver molestato una coetanea attraverso dei messaggi Whatsapp, causandole importanti ripercussioni psicologiche, consistenti in un perdurante stato d'ansia e di paura per la propria incolumità e per quella dei suoi familiari.
Su segnalazione di una Stazione dei Carabinieri viene aperto un procedimento nei confronti di un minore, che, in concorso con altri minorenni "per motivi abbietti e futili, profittando di circostanze di tempo, di luogo e di persona tali da ostacolare la privata difesa, con condotte reiterate e utilizzando il sistema di messaggistica istantanea Whatsapp, molestava" una coetanea, tanto da cagionare alla stessa un duraturo e grave stato di ansia e di paura, che l'ha costretta a cambiare le proprie abitudini di vita, per il timore fondato di vedere compromessa la propria incolumità propria e dei propri cari.
Il minore, ascoltato dal giudice, manifestava dispiacere e pentimento per quanto commesso, riferiva di non aver mai conosciuto suo padre, ma di avere un buon rapporto con la madre che, ascoltata nella stessa sede, dimostrava di essere consapevole della gravità della condotta del figlio e dell'importanza del dovere di educare e vigilare sullo stesso.
Secondo il Tribunale, la comunicazione di pensieri e idee è diritto tutelato e garantito dalla Costituzione e da altre importanti norme internazionali, che però trova un limite nella dignità del minore, a non subire lesioni della sua reputazione e onore. In tale bilanciamento di valori tra la manifestazione del pensiero e la tutela dei minori, fondamentale è il ruolo educativo dei genitori che hanno, dunque, l’obbligo di vigilare sull'uso delle tecnologie da parte dei figli minori.
Il Tribunale non manca di evidenziare come "gli obblighi inerenti la responsabilità genitoriale impongono non solo il dovere di impartire al minore una adeguata educazione all'utilizzo dei mezzi di comunicazione ma anche di compiere un'attività vigilanza sul minore per quanto concerne il suddetto utilizzo; l'educazione si pone, infatti, in funzione strumentale rispetto alla tutela dei minori al fine di prevenire che questi ultimi siano vittime dell'abuso di internet da parte di terzi" ma anche ad "evitare che i minori cagionino danni a terzi o a sé stessi mediante gli strumenti di comunicazione telematica."
Ed è su quest'ultimo pericolo che il Tribunale si sofferma, evidenziando che fatti, come quelli commessi dal minore nel caso di specie sono indice di una scarsa educazione e vigilanza da parte dei genitori. Come precisato da altra giurisprudenza di merito: "il dovere di vigilanza dei genitori deve sostanziarsi in una limitazione sia quantitativa che qualitativa di quell'accesso, al fine di evitare che quel potente mezzo fortemente relazionale e divulgativo possa essere utilizzato in modo non adeguato da parte dei minori."
Alla luce di tutto quanto sopra, il Tribunale conclude disponendo un'attività di monitoraggio da parte del Servizio Sociale territorialmente competente, ma anche di supporto alla madre del minore per verificare le sue capacità educative e di vigilanza, con obbligo dei Servizi incaricati di relazionare entro 5 mesi, salvo motivi di urgenza.
(tratto da Siulp flash 22/2020)

Pubblicazione di foto sui social network

Pubblicazione di foto sui social network
Immagine e riservatezza sono diritti assoluti di natura strettamente personale che “non possono soffrire compromissione se non alla luce della continua persistenza e attualità del consenso, sempre suscettibile di revoca con effetti ex nunc”.
Il principio è stato enunciato dal Tribunale di Bari Sez. I, Ord., 07.11.2019 che ha ordinato ad una donna di cancellare dal proprio profilo Facebook le foto che ritraevano l’ex partner, con l’applicazione di una lieve misura di coercizione indiretta ex art. 614 bis c.p.c. stabilita nella corresponsione di € 2,00 per ogni giorno di ritardo nell’esecuzione dell’ordine di cancellazione. L’azione era stata inutilmente preceduta da una formale diffida a cancellare tali immagini, intimata con l’invio di una raccomandata in cui il ricorrente manifestava in modo inequivocabile il proprio dissenso alla persistenza della pubblicazione. 
Il Tribunale ha rilevato un illecito di abuso dell’immagine altrui, richiamando due presupposti normativi: in primis, la normativa sul diritto all’immagine (art. 10 c.c. e L. 633 del 1941); in secondo luogo, il Regolamento UE 679/2016, che all’art. 6 (“liceità del trattamento”) tutela il diritto alla riservatezza. “L’altrui pubblicazione di un’immagine fotografica costituisce in ogni caso” - si legge - “una forma di trattamento di un dato personale”. 
Ricognitivamente, nella sentenza si rammenta che il diritto all'immagine si esplica, in particolare, nel diritto a non vedere esposte o pubblicate qualsivoglia rappresentazione delle proprie sembianze, senza il proprio consenso. L'articolo 10 c.c. dispone: “Qualora l'immagine di una persona o dei genitori, del coniuge o dei figli sia stata esposta o pubblicata fuori dei casi in cui l'esposizione o la pubblicazione è dalla legge consentita, ovvero con pregiudizio al decoro o alla reputazione della persona stessa o dei detti congiunti, l'autorità giudiziaria, su richiesta dell'interessato, può disporre che cessi l'abuso, salvo il risarcimento dei danni”. 
Dalla disgiuntiva “ovvero”, secondo lo stesso Tribunale, si evince che anche la sola pubblicazione non autorizzata o giustificata ex lege sia vietata e comporti pertanto, in caso di mancato consenso, il diritto al risarcimento del danno (a prescindere dall'avvenuta lesione del decoro e della reputazione della persona raffigurata). La previsione codicistica si ricollega agli artt. 96 e 97 L. 633/1941, ai sensi dei quali l'immagine di una persona non può essere esposta, pubblicata o messa in commercio senza il consenso di questa, essendo ciò possibile solo in caso di notorietà della persona o dall'ufficio pubblico ricoperto, o per altre ragioni specificamente indicate nel successivo articolo 97. In questo contesto, considerando che il consenso sia legato ad un diritto assoluto, è sempre liberamente revocabile con effetti ex nunc. 
Per il Tribunale di Bari la pubblicazione della foto costituisce trattamento di un dato personale. Ciò che, invece, potrebbe non essere pacifico è che la pubblicazione di una foto su un social network rientri nel perimetro di applicazione del Regolamento UE 679/2016 (e, quindi, se il cosiddetto trattamento sia assoggettabile al GDPR).
(tratto da Siulp flash 04/2020)

Detrazioni fiscali anno 2020: le nuove regole

 
Detrazioni fiscali anno 2020: le nuove regole

Cambiano le regole in materia di detrazioni fiscali

Nella Legge di Bilancio 2020, all’articolo 1, commi 679 e 680, sono stabilite le nuove norme da seguire in sede di dichiarazione dei redditi.
A partire dal 2020, infatti, sarà possibile usufruire delle detrazioni Irpef pari al 19% su alcune tipologie di spesa effettuate soltanto se i pagamenti saranno tracciabili.
 

Detrazioni del 19% solo con pagamenti tracciabili

I commi 679 e 680 dell’art. 1 della Legge di Bilancio 2020 hanno introdotto la condizione del pagamento tracciabile se si vuole usufruire della detrazione del 19% in sede di dichiarazione dei redditi.
Il comma 679, infatti, recita: “Ai fini dell’imposta sul reddito delle persone fisiche, la detrazione dall’imposta lorda nella misura del 19 per cento degli oneri indicati nell’articolo 15 del testo unico delle imposte sui redditi (…) spetta a condizione che l’onere sia sostenuto con versamento bancario o postale ovvero mediante altri sistemi di pagamento previsti dall’articolo 23 del decreto legislativo 9 luglio 1997, n.241 (Pagamento con mezzi diversi dal contante, ndr)”.
In altre parole, in sede di dichiarazione dei redditi, per poter detrarre il 19% di alcune tipologie di spese espressamente indicate nel comma citato, i pagamenti devono essere effettuati tramite:
Bonifici bancari o postali;
o Versamenti bancari o postali;
o Moneta elettronica (carte di debito, carte di credito, carte prepagate, ecc…);
o Assegni bancari o circolari.
L’uso del contante (per poter beneficiare della detrazione del 19%) sarà consentito esclusivamente per le spese mediche indicate dal comma 680 dell’art. 1 della Legge di Bilancio 2020 che recita: “La disposizione di cui al comma 679 non si applica alle detrazioni spettanti in relazione alle spese sostenute per l’acquisto di medicinali e di dispositivi medici, nonché alle detrazioni per prestazioni sanitarie rese dalle strutture pubbliche o da strutture private accreditate al Servizio sanitario nazionale”. 
Come indicato nell’art. 15 del Tuir (Testo Unico delle Imposte sui Redditi), può essere detratta la percentuale del 19% delle spese sostenute dal contribuente per:
1. Spese di istruzione (scolastiche, universitarie, ecc.);
2. Spese sanitarie, per la parte che eccede la franchigia pari a 129,11 euro;
3. Spese per l’acquisto di strumenti compensativi e di sussidi tecnici e informatici per i figli con diagnosi di disturbo specifico dell'apprendimento (DSA) fino al completamento della scuola secondaria di secondo grado;
4. Spese veterinarie per la parte che eccede la franchigia pari a 129,11 euro e fino a un importo massimo di spesa di 500 euro (la Legge di Bilancio 2020 ha aumentato il tetto massimo detraibile da 387,40 euro a 500 euro);
5. Spese per attività sportive dei figli di età compresa tra i 5 e i 18 anni con un tetto massimo detraibile di 210 euro a minore;
6. Spese sostenute per i servizi di interpretariato dai soggetti riconosciuti sordomuti;
7. Spese, per un importo non superiore a 2.100 euro, sostenute per gli addetti all'assistenza personale (badanti) nei casi di non autosufficienza dell’assistito e sempre che il reddito complessivo non superi 40 mila euro;
8. Spese funebri;
9. Interessi passivi sui mutui;
10. Spese sostenute per l'acquisto di abbonamenti ai servizi di trasporto pubblico locale, regionale e interregionale per un importo non superiore a 250 euro;
11. Erogazioni liberali.
 
Ribadiamo che a partire dal 2020 sarà possibile usufruire della detrazione del 19% in sede di dichiarazione dei redditi soltanto se le spese sopra elencate sono effettuate tramite operazioni tracciabili (bonifici bancari e postali, bancomat e carte di credito, carte prepagate e assegni), tranne per le spese mediche e sanitarie che potranno essere detratte anche se effettuate in contanti.
Dunque, tutte le spese sostenute in maniera tracciabile nel corso del 2020 potranno essere portate in detrazione nella dichiarazione dei redditi effettuata nel 2021.
(tratto da Siulp flash 02/2020)

Una nuova truffa che viaggia telefonicamente

Una nuova truffa che viaggia telefonicamente
La una nuova truffa che viaggia sul filo del telefono si chiama VISHING
Il suo significato nasce dall'unione di due parole inglesi: voice, voce e phishing, i tentativi di truffa che arrivano sulle mail che ci chiedono dati personali e protetti.
Tutto inizia con una chiamata che, di solito, dice di appartenere al call center di un istituto di credito e avverte che una nostra carta di credito è stata oggetto di una truffa o di un tentativo di truffa. Motivo, secondo il sedicente telefonista, per chiedere di fornire tutta una serie di informazioni personali (pin, ad esempio) in modo da confermare che i dati del titolo siano ancora protetti. Ad abbassare il livello di difesa della potenziale vittima, il fatto che il telefonista in effetti conosce il numero della carta che dice di voler controllare, numero carpito con furti o sofisticate tecniche di social engineering.
Utili consigli in proposito sono quelli forniti dal Dipartimento della P.S. 
In primis: «diffidare di numeri di telefono che non conosciamo e attraverso i quali abbiamo ricevuto richieste riguardanti dati personali, bancari o codici di sblocco». 
Secondo punto: mai fornire le credenziali di accesso ai propri servizi bancari online. 
Infine, in caso di richieste o di riscontri, contattare il più vicino ufficio di polizia per segnalare quanto avvenuto e ricevere ulteriori consigli. 
Un'ultima particolare attenzione va riservata ad un'altra variante di attacco informatico, smishing, ovvero il phishing che funziona via sms: in questo caso sul nostro smartphone arriverà un messaggio con cui ci viene chiesto, anche con la promessa di uno sconto o di una promozione, di contattare un certo numero di telefono o di collegarsi ad un certo sito.
Si tratta quasi sempre di un sito clone, simile a quello della banca.
(tratto da Siulp flash 51/2019)

Bollette a 28 giorni: servizio Adiconsum per i rimborsi

Adiconsum
Bollette a 28 giorni: Adiconsum lancia servizio per chiedere i rimborsi.

Il Consiglio di Stato ha stabilito la liceità della Delibera dell’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni n. 269/18/CONS sui rimborsi automatici per quanto pagato in più dai consumatori a causa delle bollette telefoniche 28 giorni.
Pertanto, i clienti di TIM, WIND/TRE, VODAFONE e FASTWEB, che hanno avuto una fatturazione a 28 giorni dal 23 giugno 2017 fino al ripristino della fatturazione mensile per contratti di linea fissa o convergenti con aggiunta di linee mobile (in un unico contratto), dovrebbero ricevere in automatico il rimborso degli importi non dovuti.
Fino ad ora, le aziende di telefonia si sono preoccupate di proporre ai propri clienti soluzioni alternative ai rimborsi con offerte di prodotti e servizi gratuiti, attraverso facili adesioni, riservando, invece, procedure più complesse per recuperare sulle bollette successive quanto ingiustamente pagato.
Ecco perché Adiconsum ha deciso di intervenire in soccorso di tutti i consumatori.
Sul sito www.adiconsum.it è presente il modulo da compilare per richiedere il rimborso all’azienda, se non lo si è mai fatto, dando mandato ad Adiconsum ad operare per conto del singolo consumatore.
Adiconsum provvederà a raccogliere le domande e ad inviarle ogni 15 gg (il 15 ed il 30 di ogni mese) alle aziende telefoniche corrispondenti, affinché procedano con i rimborsi.
Adiconsum, visto l’immobilismo della stessa Agcom ed i tentennamenti delle aziende, con questa iniziativa vuole imprimere un’accelerazione alla vicenda 28 gg per essere vicini in modo fattivo a tutti i cittadini, permettendo loro, dopo ben 2 anni, di ottenere, quanto ingiustamente prelevato con la fatturazione a 28 giorni.

È evidente che se le aziende non ottemperassero al rimborso entro i termini previsti dalle loro carte dei servizi, i consumatori potranno procedere ad attivare una conciliazione paritetica.
Il servizio è attivo anche presso le sedi territoriali Adiconsum.
(dal Siulp flash 44/2019)