Pubblicazione di foto sui social network

Pubblicazione di foto sui social network
Immagine e riservatezza sono diritti assoluti di natura strettamente personale che “non possono soffrire compromissione se non alla luce della continua persistenza e attualità del consenso, sempre suscettibile di revoca con effetti ex nunc”.
Il principio è stato enunciato dal Tribunale di Bari Sez. I, Ord., 07.11.2019 che ha ordinato ad una donna di cancellare dal proprio profilo Facebook le foto che ritraevano l’ex partner, con l’applicazione di una lieve misura di coercizione indiretta ex art. 614 bis c.p.c. stabilita nella corresponsione di € 2,00 per ogni giorno di ritardo nell’esecuzione dell’ordine di cancellazione. L’azione era stata inutilmente preceduta da una formale diffida a cancellare tali immagini, intimata con l’invio di una raccomandata in cui il ricorrente manifestava in modo inequivocabile il proprio dissenso alla persistenza della pubblicazione. 
Il Tribunale ha rilevato un illecito di abuso dell’immagine altrui, richiamando due presupposti normativi: in primis, la normativa sul diritto all’immagine (art. 10 c.c. e L. 633 del 1941); in secondo luogo, il Regolamento UE 679/2016, che all’art. 6 (“liceità del trattamento”) tutela il diritto alla riservatezza. “L’altrui pubblicazione di un’immagine fotografica costituisce in ogni caso” - si legge - “una forma di trattamento di un dato personale”. 
Ricognitivamente, nella sentenza si rammenta che il diritto all'immagine si esplica, in particolare, nel diritto a non vedere esposte o pubblicate qualsivoglia rappresentazione delle proprie sembianze, senza il proprio consenso. L'articolo 10 c.c. dispone: “Qualora l'immagine di una persona o dei genitori, del coniuge o dei figli sia stata esposta o pubblicata fuori dei casi in cui l'esposizione o la pubblicazione è dalla legge consentita, ovvero con pregiudizio al decoro o alla reputazione della persona stessa o dei detti congiunti, l'autorità giudiziaria, su richiesta dell'interessato, può disporre che cessi l'abuso, salvo il risarcimento dei danni”. 
Dalla disgiuntiva “ovvero”, secondo lo stesso Tribunale, si evince che anche la sola pubblicazione non autorizzata o giustificata ex lege sia vietata e comporti pertanto, in caso di mancato consenso, il diritto al risarcimento del danno (a prescindere dall'avvenuta lesione del decoro e della reputazione della persona raffigurata). La previsione codicistica si ricollega agli artt. 96 e 97 L. 633/1941, ai sensi dei quali l'immagine di una persona non può essere esposta, pubblicata o messa in commercio senza il consenso di questa, essendo ciò possibile solo in caso di notorietà della persona o dall'ufficio pubblico ricoperto, o per altre ragioni specificamente indicate nel successivo articolo 97. In questo contesto, considerando che il consenso sia legato ad un diritto assoluto, è sempre liberamente revocabile con effetti ex nunc. 
Per il Tribunale di Bari la pubblicazione della foto costituisce trattamento di un dato personale. Ciò che, invece, potrebbe non essere pacifico è che la pubblicazione di una foto su un social network rientri nel perimetro di applicazione del Regolamento UE 679/2016 (e, quindi, se il cosiddetto trattamento sia assoggettabile al GDPR).
(tratto da Siulp flash 04/2020)

Detrazioni fiscali anno 2020: le nuove regole

 
Detrazioni fiscali anno 2020: le nuove regole

Cambiano le regole in materia di detrazioni fiscali

Nella Legge di Bilancio 2020, all’articolo 1, commi 679 e 680, sono stabilite le nuove norme da seguire in sede di dichiarazione dei redditi.
A partire dal 2020, infatti, sarà possibile usufruire delle detrazioni Irpef pari al 19% su alcune tipologie di spesa effettuate soltanto se i pagamenti saranno tracciabili.
 

Detrazioni del 19% solo con pagamenti tracciabili

I commi 679 e 680 dell’art. 1 della Legge di Bilancio 2020 hanno introdotto la condizione del pagamento tracciabile se si vuole usufruire della detrazione del 19% in sede di dichiarazione dei redditi.
Il comma 679, infatti, recita: “Ai fini dell’imposta sul reddito delle persone fisiche, la detrazione dall’imposta lorda nella misura del 19 per cento degli oneri indicati nell’articolo 15 del testo unico delle imposte sui redditi (…) spetta a condizione che l’onere sia sostenuto con versamento bancario o postale ovvero mediante altri sistemi di pagamento previsti dall’articolo 23 del decreto legislativo 9 luglio 1997, n.241 (Pagamento con mezzi diversi dal contante, ndr)”.
In altre parole, in sede di dichiarazione dei redditi, per poter detrarre il 19% di alcune tipologie di spese espressamente indicate nel comma citato, i pagamenti devono essere effettuati tramite:
Bonifici bancari o postali;
o Versamenti bancari o postali;
o Moneta elettronica (carte di debito, carte di credito, carte prepagate, ecc…);
o Assegni bancari o circolari.
L’uso del contante (per poter beneficiare della detrazione del 19%) sarà consentito esclusivamente per le spese mediche indicate dal comma 680 dell’art. 1 della Legge di Bilancio 2020 che recita: “La disposizione di cui al comma 679 non si applica alle detrazioni spettanti in relazione alle spese sostenute per l’acquisto di medicinali e di dispositivi medici, nonché alle detrazioni per prestazioni sanitarie rese dalle strutture pubbliche o da strutture private accreditate al Servizio sanitario nazionale”. 
Come indicato nell’art. 15 del Tuir (Testo Unico delle Imposte sui Redditi), può essere detratta la percentuale del 19% delle spese sostenute dal contribuente per:
1. Spese di istruzione (scolastiche, universitarie, ecc.);
2. Spese sanitarie, per la parte che eccede la franchigia pari a 129,11 euro;
3. Spese per l’acquisto di strumenti compensativi e di sussidi tecnici e informatici per i figli con diagnosi di disturbo specifico dell'apprendimento (DSA) fino al completamento della scuola secondaria di secondo grado;
4. Spese veterinarie per la parte che eccede la franchigia pari a 129,11 euro e fino a un importo massimo di spesa di 500 euro (la Legge di Bilancio 2020 ha aumentato il tetto massimo detraibile da 387,40 euro a 500 euro);
5. Spese per attività sportive dei figli di età compresa tra i 5 e i 18 anni con un tetto massimo detraibile di 210 euro a minore;
6. Spese sostenute per i servizi di interpretariato dai soggetti riconosciuti sordomuti;
7. Spese, per un importo non superiore a 2.100 euro, sostenute per gli addetti all'assistenza personale (badanti) nei casi di non autosufficienza dell’assistito e sempre che il reddito complessivo non superi 40 mila euro;
8. Spese funebri;
9. Interessi passivi sui mutui;
10. Spese sostenute per l'acquisto di abbonamenti ai servizi di trasporto pubblico locale, regionale e interregionale per un importo non superiore a 250 euro;
11. Erogazioni liberali.
 
Ribadiamo che a partire dal 2020 sarà possibile usufruire della detrazione del 19% in sede di dichiarazione dei redditi soltanto se le spese sopra elencate sono effettuate tramite operazioni tracciabili (bonifici bancari e postali, bancomat e carte di credito, carte prepagate e assegni), tranne per le spese mediche e sanitarie che potranno essere detratte anche se effettuate in contanti.
Dunque, tutte le spese sostenute in maniera tracciabile nel corso del 2020 potranno essere portate in detrazione nella dichiarazione dei redditi effettuata nel 2021.
(tratto da Siulp flash 02/2020)

Una nuova truffa che viaggia telefonicamente

Una nuova truffa che viaggia telefonicamente
La una nuova truffa che viaggia sul filo del telefono si chiama VISHING
Il suo significato nasce dall'unione di due parole inglesi: voice, voce e phishing, i tentativi di truffa che arrivano sulle mail che ci chiedono dati personali e protetti.
Tutto inizia con una chiamata che, di solito, dice di appartenere al call center di un istituto di credito e avverte che una nostra carta di credito è stata oggetto di una truffa o di un tentativo di truffa. Motivo, secondo il sedicente telefonista, per chiedere di fornire tutta una serie di informazioni personali (pin, ad esempio) in modo da confermare che i dati del titolo siano ancora protetti. Ad abbassare il livello di difesa della potenziale vittima, il fatto che il telefonista in effetti conosce il numero della carta che dice di voler controllare, numero carpito con furti o sofisticate tecniche di social engineering.
Utili consigli in proposito sono quelli forniti dal Dipartimento della P.S. 
In primis: «diffidare di numeri di telefono che non conosciamo e attraverso i quali abbiamo ricevuto richieste riguardanti dati personali, bancari o codici di sblocco». 
Secondo punto: mai fornire le credenziali di accesso ai propri servizi bancari online. 
Infine, in caso di richieste o di riscontri, contattare il più vicino ufficio di polizia per segnalare quanto avvenuto e ricevere ulteriori consigli. 
Un'ultima particolare attenzione va riservata ad un'altra variante di attacco informatico, smishing, ovvero il phishing che funziona via sms: in questo caso sul nostro smartphone arriverà un messaggio con cui ci viene chiesto, anche con la promessa di uno sconto o di una promozione, di contattare un certo numero di telefono o di collegarsi ad un certo sito.
Si tratta quasi sempre di un sito clone, simile a quello della banca.
(tratto da Siulp flash 51/2019)

Bollette a 28 giorni: servizio Adiconsum per i rimborsi

Adiconsum
Bollette a 28 giorni: Adiconsum lancia servizio per chiedere i rimborsi.

Il Consiglio di Stato ha stabilito la liceità della Delibera dell’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni n. 269/18/CONS sui rimborsi automatici per quanto pagato in più dai consumatori a causa delle bollette telefoniche 28 giorni.
Pertanto, i clienti di TIM, WIND/TRE, VODAFONE e FASTWEB, che hanno avuto una fatturazione a 28 giorni dal 23 giugno 2017 fino al ripristino della fatturazione mensile per contratti di linea fissa o convergenti con aggiunta di linee mobile (in un unico contratto), dovrebbero ricevere in automatico il rimborso degli importi non dovuti.
Fino ad ora, le aziende di telefonia si sono preoccupate di proporre ai propri clienti soluzioni alternative ai rimborsi con offerte di prodotti e servizi gratuiti, attraverso facili adesioni, riservando, invece, procedure più complesse per recuperare sulle bollette successive quanto ingiustamente pagato.
Ecco perché Adiconsum ha deciso di intervenire in soccorso di tutti i consumatori.
Sul sito www.adiconsum.it è presente il modulo da compilare per richiedere il rimborso all’azienda, se non lo si è mai fatto, dando mandato ad Adiconsum ad operare per conto del singolo consumatore.
Adiconsum provvederà a raccogliere le domande e ad inviarle ogni 15 gg (il 15 ed il 30 di ogni mese) alle aziende telefoniche corrispondenti, affinché procedano con i rimborsi.
Adiconsum, visto l’immobilismo della stessa Agcom ed i tentennamenti delle aziende, con questa iniziativa vuole imprimere un’accelerazione alla vicenda 28 gg per essere vicini in modo fattivo a tutti i cittadini, permettendo loro, dopo ben 2 anni, di ottenere, quanto ingiustamente prelevato con la fatturazione a 28 giorni.

È evidente che se le aziende non ottemperassero al rimborso entro i termini previsti dalle loro carte dei servizi, i consumatori potranno procedere ad attivare una conciliazione paritetica.
Il servizio è attivo anche presso le sedi territoriali Adiconsum.
(dal Siulp flash 44/2019)

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Chi sono gli haters e cosa rischiano per legge

haters

Gli  haters  sono  coloro  che  diffondono  odio  sul  web  e  sui  social commentando  e  contestando  con  modalità  aggressive,  violente  e offensive.  Il  neologismo  "haters"  è  utilizzato  in  Internet  per  identificare quei  soggetti  che,  sul  web  o  attraverso  i  social,  manifestano  atteggiamenti di  odio,  disprezzo  e  critiche  che  sovente  sconfinano  in  vere  e  proprie offese  (ad  esempio  di  genere  o  di  classe)  e/o  minacce  rivolte  ad  altri  utenti o  nei  confronti  di  personaggi  più  o  meno  noti. In  particolare,  la  legge  trova  applicazione  nei  confronti  delle  condotte  poste  in  essere tramite  internet  e  sovente  la  giurisprudenza  è  intervenuta  a  confermare  che  l'offesa  e  la denigrazione  attuate  sui  social  network  o  sul  web  hanno  conseguenze  anche  penali.  E  non sarà  possibile  invocare  a  propria  difesa  la  libertà  di  espressione  poiché  la  legge  non  prevede sconti  nei  confronti  chi  diffonde  l'odio. Sono  diversi  i  reati  di  cui  comunemente  può  macchiarsi  un  hater:  si  va  dalla  diffamazione aggravata  alle  minacce  o  molestie,  fino  addirittura  all'incitamento  allodio  razziale  allo stalking. Esprimere  un  pensiero  o  un'opinione,  ad  esempio,  può  costare  una  condanna  per diffamazione,  se  ciò  avviene  con  modalità  lesive  dell'altrui  dignità,  ignorando  buon  senso  e correttezza. Infatti,  nonostante  la  libertà  di  espressione  del  pensiero  sia  costituzionalmente  tutelata (ex  art.  21  Cost.),  ciò  non  significa  che  questa  non  abbia  dei  limiti  e  che  possa  operare sempre  e  comunque  come  scriminante.  La  critica,  anche  particolarmente  aspra  e  forte, dovrà  essere  pertinente  al  fatto  (dunque  non  generalista)  e  soprattutto  continente. In  particolare,  secondo  la  giurisprudenza,  il  limite  della  continenza  nel  diritto  di  critica  è superato  in  presenza  di  espressioni  che,  in  quanto  gravemente  infamanti  e  inutilmente umilianti,  trasmodino  in  una  mera  aggressione  verbale  del  soggetto  criticato.  In  sostanza, non  si  potrà  in  alcun  modo  scriminare  l'uso  di  espressioni  che  si  risolvano  nella  denigrazione della  persona  di  quest'ultimo  in  quanto  tale  (cfr.  ex  multis,  Cass.  n.  11409/2015). Uno  degli  atteggiamenti  più  diffusi  da  parte  degli  "haters"  è  proprio  quello  di  rivolgersi agli  altri  utenti  utilizzando  frasi  volutamente  offensive  e  spesso  addirittura  diffamatorie.
Parole  usate  talvolta  con  una  eccessiva  leggerezza,  che  sono  idonee  a  far  scattare  la responsabilità  penale  degli  autori  e  il  conseguente  obbligo  di  risarcire  il  danno  prodotto. L'art.  595  del  codice  penale  punisce  con  la  reclusione  fino  a  un  anno  o  con  la  multa  fino a  1032  euro,  chiunque  "comunicando  con  più  persone,  offende  l'altrui  reputazione".  Se l'offesa  consiste  nell'attribuzione  di  un  fatto  determinato,  la  pena  è  quella  della  reclusione fino  a  due  anni,  ovvero  della  multa  fino  a  2065  euro. In  particolare,  un  linguaggio  dispregiativo  che  si  traduca  in  offese  su  internet  alla reputazione  altrui  possono  costare  un'incriminazione  per  diffamazione  aggravata.  Il  codice penale  precisa  che  "se  l'offesa  è  recata  col  mezzo  della  stampa  o  con  qualsiasi  altro  mezzo di  pubblicità,  ovvero  in  atto  pubblico,  la  pena  è  della  reclusione  da  sei  mesi  a  tre  anni  o  della multa  non  inferiore  a  516  euro". La  giurisprudenza,  compresa  quella  di  legittimità  ha  confermato  il  pugno  duro  contro coloro  che  utilizzano  internet,  e  i  social  network  in  particolare,  come  una  valvola  di  sfogo per  scaricare  rabbia,  frustrazioni  o  sete  di  vendetta  nei  confronti  di  personaggi  pubblici,  ma anche  conoscenti,  colleghi  o  capi. Ad  esempio,  si  è  giunti  alla  conclusione  che  anche  la  diffusione  di  un  messaggio diffamatorio  attraverso  l'uso  di  una  bacheca  Facebook  integra  un'ipotesi  di  diffamazione aggravata,  poiché  ha  potenzialmente  la  capacità  di  raggiungere  un  numero  indeterminato di  persone. Ciò  in  quanto,  per  comune  esperienza,  bacheche  di  tal  natura  racchiudono  un  numero apprezzabile  di  persone  e,  inoltre,  perché  l'utilizzo  di  Facebook  integra  una  delle  modalità attraverso  le  quali  gruppi  di  soggetti  socializzano  le  rispettive  esperienze  di  vita, valorizzando  in  primo  luogo  il  rapporto  interpersonale,  che,  proprio  per  il  mezzo  utilizzato, assume  il  profilo  del  rapporto  interpersonale  allargato  ad  un  gruppo  indeterminato  di aderenti  al  fine  di  una  costante  socializzazione  (cfr.  Cass.,  n.  8328/2016) Secondo  parte  della  giurisprudenza,  il  reato  può  scattare  anche  nei  confronti  di  chi semplicemente  aggiunge  al  post  originale  un  successivo  commento,  avente  la  medesima portata  offensiva,  in  quanto  elementi  diffamatori  aggiunti  possono  comportare  una  maggior diminuzione  della  reputazione  della  nella  considerazione  dei  consociati  (cfr.  Trib. Campobasso,  sent.  n.  396/2017). Sarà  utile  per  il  denunciante  che  vuole  dimostrare  l'avvenuta  consumazione  del  reato, munirsi  di  uno  screenshot  dello  schermo,  o  anche  di  un  video,  nonché  di  testimonianze  di coloro  che  hanno  potuto  leggere  il  contenuto  del  messaggio  diffamatorio. Nonostante  il  colpevole  possa  confidare  in  un'assoluzione  per  "particolare  tenuità  del fatto",  qualora  il  giudice  ritenga  non  gravi  le  conseguenze  del  suo  comportamento,  rimane comunque  la  possibilità  per  la  vittima,  lesa  nel  proprio  onore  e  nella  propria  reputazione,  di chiedere  il  risarcimento  del  danno  in  via  civile. Gli  Haters  rischiano  anche  di  incorrere  in  altri  reati,  ad  esempio  quello  di  minaccia  qualora dovesse  prospettare  ad  altri  la  conseguenza  di  una  propria  credibile  azione  pericolosa  (es. "Ti  farò  fare  una  brutta  figura",  "Ti  vengo  a  prendere",  "Ti  uccido"  ecc.). Il  codice  penale  punisce,  a  querela  della  persona  offesa,  chiunque  minacci  ad  altri  un danno  ingiusto.  La  pena  è  quella  della  multa  fino  a  euro  1.032.  Qualora  la  minaccia  sia  grave o  aggravata  ex  art.  339  c.p.,  la  pena  è  della  reclusione  fino  a  un  anno. Anche  il  reato  di  molestie  può  essere  realizzato  tramite  internet  e  i  social  network.  Questi ultimi,  si  rammenta,  sono  considerati  ormai  dalla  giurisprudenza  come  luoghi  aperti  al pubblico  a  tutti  gli  effetti.  In  particolare,  per  la  Cassazione  (cfr.  sent.  n.  37596/2014)  tale nozione  andrebbe  interpretata  in  modo  estensivo:  il  social  network,  infatti,  consente  un numero  indeterminato  di  accessi  e  visioni,  rese  possibili  da  un'evoluzione  scientifica  che  il legislatore  non  era  arrivato  ad  immaginare. 
(dal Siulp flash 37/2019)